Home Ultime Notizie Venezuela, le criptovalute contro la crisi

Venezuela, le criptovalute contro la crisi

Uno dei paesi maggiormente in crisi, sia dal punto di vista finanziario che politico, risulta essere senza dubbio il Venezuela.

Il paese è sotto il controllo di Nicolas Maduro, criticatissimo politico salito al potere nel 2013; per effetto di alcune scellerate decisioni di politica macroeconomica (che hanno messo in difficoltà il settore dell’esportazione del petrolio, su cui da sempre il paese sudamericano si basava), sotto la sua presidenza il paese è piombato nel caos, e tra i molteplici accadimenti negativi si è verificata una iperinflazione (con un picco del 10.000.000%), favorita da un durissimo embargo imposto dagli Stati Uniti, che ha completamente affossato la finanza del paese.

Per tentare di accompagnare lo stato fuori da questa paurosa crisi, una tra le misure principali è stata l’introduzione, in forma massiccia, dell’utilizzo di criptovalute: prima, con l’utilizzo del Petro, una criptovaluta di stato; la non perfetta gestione della transizione, però, ha portato alla decisione del popolo che dal primo giugno tutti gli esercizi potranno liberamente commercializzare i propri beni in criptovaluta generica.

Il Petro Venezuelano

Nel febbraio 2018, come prima misura per contrastare un’iperinflazione che aveva seriamente messo in ginocchio il paese, Maduro pensò di istituire la prima criptovaluta governativa: parliamo del Petro (PTR), moneta elettronica basata su Ethereum e associata alle riserve petrolifero-minerarie del paese.

La moneta è pre-minata, quindi, contrariamente al Bitcoin che può essere minato dagli utenti stessi, in questo caso può essere creata unicamente dallo stato.

Qualche buon risultato sembrava averlo fornito, almeno nei primi mesi; del resto, con gli Exchange, i blocchi finanziari risultano facilmente eludibili.

Molte attività commerciali si sono messe infatti ad utilizzare il Petro negli scambi e nelle compravendite; tra le molte misure di stato, poi, si è cercato per lungo tempo di stilare un patto commerciale con la Russia di Putin che comprendesse l’utilizzo del Petro come moneta di scambio.

In ogni caso, Maduro ha imposto l’utilizzo di Petro negli ambienti amministrativi, tentando di sponsorizzarne l’utilizzo.

Tra i tanti (controversi) effetti che ha avuto l’implementazione di una criptovaluta in un paese così povero e tecnicamente impreparato, è comunque da segnalare il flusso di Bitcoin costantemente indirizzato verso il Venezuela, tramite il quale chi ne ha la possibilità evidentemente lo scambia per approvvigionarsi la moneta di Stato.

La non completa riuscita del progetto, ha portato ad un secondo effetto, previsto per il primo giugno: i cittadini infatti opteranno in toto per l’utilizzo di criptovaluta generica per continuare a combattere l’inflazione.

La corsa al Dash

A partire dal prossimo mese, oltre 20.000 aziende e negozi in Venezuela inizieranno ad accettare pagamenti in criptovaluta.

In questi giorni la società Cryptobuyer, già punto di riferimento per commercianti durante l’esperienza Petro, ha annunciato una collaborazione con Mega Soft, società venezuelana che elabora pagamenti per migliaia di società locali tramite una piattaforma chiamata “Merchant Server”.

A cominciare da giugno tale piattaforma permetterà ai negozianti di commerciare tramite Bitcoin (BTC), Ether (ETH), Dash (DASH), Litecoin (LTC), Tether (USDT) e un'altra dozzina di criptovalute su tutto il territorio nazionale. I commercianti che otterranno pagamenti in criptovalute potranno convertirle automaticamente in denaro tradizionale, oppure conservarle per utilizzi futuri.

dash venezuela

Ad aver conquistato, in particolare, i favori dei venezuelani sembra essere il Dash: marchi molto importanti come Subway, Burger King e Calvin Klein hanno comunicato l’accettazione della cripto open-source per le normali transazioni quotidiane.

Rispetto al Bitcoin, il Dash ha diversi vantaggi che hanno agevolato l’adozione massiccia a Caracas. Creato nel 2014 su base open source, la criptovaluta ha costi di intermediazione ridotti, nell’ordine dei centesimi rispetto ai dollari richiesti dal Bitcoin, e, soprattutto, ha tempi ridottissimi di conclusione delle operazione, in termini di pochi secondi rispetto ai minuti o anche alle ore necessarie nelle blockchain di altre criptovalute. L’aspetto della velocità è particolarmente importante in un paese in cui l’aumento dei prezzi si gioca sul filo dei minuti.

Una rivoluzione digitale?

E’ sempre vero che dalle situazioni di crisi arrivano delle vere e proprie opportunità: chissà che il povero Venezuela, sull’orlo del baratro economico, non riesca ad insegnare al mondo come – con l’utilizzo sistematico di cripto monete (su tutti il Dash, ma anche Bitcoin insieme a tutte le altre) possa liberarsi dei mostri generati da inflazione e crisi.

Tutta la cripto-community mondiale guarda (e tifa) per i sudamericani.