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Bitcoin e criptovalute a favore di Kiev ed Ucraina

Uno dei motivi principali che ha spinto verso la creazione delle criptovalute si può ricercare nella volontà di indipendenza delle monete dagli organi regolatori centrali e dalle banche.

L’intenzione, quindi, era quella di avere una valuta completamente libera e indipendente, soggetta solo alle leggi di mercato, senza vincoli e strumenti regolatori. Questo, ovviamente, al fine di garantire una assoluta neutralità e imparzialità, oltre a voler dimostrare una certa avversione per le istituzioni bancarie, che avrebbero la colpa di detenere troppo potere, anche politico, all’interno delle nazioni stesse.

Questo, è chiaro, era il progetto originario, quando sicuramente la situazione geopolitica attuale non era minimamente ipotizzata e non si poteva immaginare che le criptovalute sarebbero state anch’esse uno strumento per provare a fronteggiare una guerra. Sì, perché da sempre, le guerre non sono solo quelle combattute con le armi, ma sono anche quelle economiche.

Mai come in questo momento è di attualità questo concetto di guerra economica: la situazione tra Russia e Ucraina, sfociata in un conflitto armato, è combattuta anche sul fronte economico e finanziario. Infatti, l’Occidente ha pesantemente condannato le azioni di Mosca, infliggendo al Cremlino pesanti sanzioni economiche, al fine di spingere Putin verso una resa.

All’interno di questo complesso scenario trovano spazio anche le criptovalute, che diventano di giorno in giorno sempre più protagoniste di questa guerra.

Andiamo a scoprire come.

Il ruolo cruciale delle criptovalute all’interno del conflitto tra Mosca e Kiev

Abbiamo già visto come la raccolta fondi lanciata dal vice primo ministro e ministro della trasformazione digitale ucraino Mykhailo Fedorov, volta a ricevere donazioni a sostegno del popolo di Kiev, sia stata gestita grazie all’ausilio della tecnologia blockchain, e più in particolare proprio attraverso le criptovalute, quali Bitcoin, Ethereum e USDT. Alla campagna hanno risposto in molti, al punto che, in soli tre giorni, sono arrivati 153 BTC e 2.230 ETH, pari rispettivamente ad un valore di oltre sei milioni di dollari ciascuno. Ad oggi attraverso diverse raccolte fondi, la quota raccolta è andata oltre i cento milioni di Dollari.

Kiev ha, inoltre, annunciato che le donazioni potranno essere elargite anche in Dogecoin, nota per essere la prima moneta elettronica nata da un meme virale sul web, basata sul famoso cane di razza Shiba Inu. Dogecoin ha, infatti, superato il valore del Rublo, crollato come era da immaginarsi a causa delle sanzioni inflitte allo stato russo da parte dei paesi Europei e degli Stati Uniti.

Un’altra iniziativa particolare, volta sempre a ottenere sostegno economico per il popolo di Kiev, è quella organizzata da Nadya Tolokonnikova, cantante del gruppo punk russo Chiamato Pussy Riot: in poco più di due giorni sono stari racconti più di duemiladuecento Ethereum, attraverso la vendita di un NFT raffigurante la bandiera ucraina.

Non vanno dimenticate, infine, le prese di posizione di exchange come Coinbase o Binance, che hanno deciso di bloccare gli indirizzi legati alla Russia, seguendo, di fatto, quanto già avvenuto negli istituti bancari dei paesi occidentali, allineandosi e sposando quindi le direttive dei governi.

Anche alcuni stati orientali si schierano contro le transazioni cripto verso la Russia

Non solo il blocco occidentale va direttamente contro la Russia, limitando quasi del tutto gli scambi con Mosca: anche il Giappone e la Corea del Sud si stanno muovendo a grandi passi verso quella direzione.

Tokyo ha, difatti, bloccato tutte le operazioni cripto verso Russia e Bielorussia, seguendo l’esempio della vicina Corea del Sud. Ovviamente il modo di eludere queste manovre da parte dei russi è da mettere a preventivo, ma il ministro della finanza nipponico, Shunichi Suzuki assicura misure particolarmente efficaci al fine di arginare questo rischio, bloccando anche le transazioni di aziende non russe ma sospettate di avere legami con Mosca.