La Cina bandisce (ancora) Bitcoin

Nei giorni scorsi i più potenti regolatori della Cina hanno intensificato la repressione delle criptovalute con un divieto generale su tutte le transazioni ed il mining di criptovalute, colpendo sia Bitcoin che altre criptomonete tra le più importanti e facendo pressione anche sui titoli legati a criptovalute e blockchain. Dieci agenzie, tra cui la banca centrale, i regolatori finanziari, dei titoli e degli scambi, hanno promesso di lavorare assieme per sradicare l'attività “illegale” legata alla criptovaluta. Questa è -si può dire- la prima volta che i regolatori con sede a Pechino hanno unito le forze per vietare esplicitamente tutte le attività relative alla criptovaluta, nonostante si registrino tentativi di diversa natura ma dello stesso tenore già avvenuti in passato.

L'ultimatum di maggio 2021

La Cina a maggio aveva già vietato a tutti gli istituti finanziari ed alle società di pagamento di fornire servizi relativi alle transazioni di criptovaluta emettendo nella pratica divieti simili a quelli che erano già scattati tempo addietro negli anni 2013 e 2017. I ripetuti divieti evidenziano a tutti come colmare le lacune tecnologiche ed identificare le singole transazioni relative ai Bitcoin rappresenti una vera sfida per il legislatore, sebbene sia banche che società di pagamento affermino di essere dalla stessa parte del governo centrale.

La novità dello scorso venerdì è tuttavia la più dettagliata ed espansiva mai vista da parte dei principali regolatori del paese asiatico, ed essa sta esplicitamente a ribadire l'impegno di Pechino a soffocare il mercato delle criptovalute che origina dalla Cina. “Nella storia della regolamentazione del mercato delle criptovalute in Cina, questo è l’intervento normativo più diretto e completo che coinvolge il maggior numero di ministeri“, ha affermato Winston Ma, professore a contratto della New York University Law School.

Cina ed altri governi mondiali

La mossa arriva nel bel mezzo di una repressione globale delle criptovalute mentre i governi, dall'Asia agli Stati Uniti, si preoccupano del fatto che le valute digitali altamente volatili e gestite privatamente possano minare il loro controllo sui sistemi finanziari e monetari, oltre che aumentare il rischio sistemico, promuovendo la criminalità finanziaria ed il danno diretto dei singoli investitori. Essi temono anche che il “mining“, quel processo di elaborazione ad alta intensità energetica attraverso il quale vengono creati nuovi Bitcoin ed altri token crittografici, stia danneggiando gli obiettivi globali posti in tema ambientale. Le agenzie governative cinesi hanno infatti sollevato ripetute preoccupazioni sul fatto che la speculazione sulla criptovaluta potrebbe sconvolgere l'ordine economico e finanziario del paese, che sono due delle principali priorità per il governo di Pechino.

Gli analisti affermano che la Cina vede le criptovalute come una minaccia per il suo (sovrano) yuan digitale, che si trova al momento in una fase di sviluppo già piuttosto avanzata. “Pechino è così ostile alla libertà economica che non può nemmeno tollerare che la propria gente partecipi a quella che è probabilmente l'innovazione finanziaria più entusiasmante degli ultimi decenni“, ha twittato il senatore repubblicano degli Stati Uniti Pat Toomey. Sebbene le autorità di regolamentazione statunitensi stiano esaminando attentamente i rischi delle risorse digitali, hanno d’altro canto affermato che offrono anche diverse opportunità, se non altro in tema di promozione della cosiddetta inclusione finanziaria.

La Banca Centrale cinese

La People's Bank of China (PBOC) ha affermato che per quanto riguarda la Cina le criptovalute non devono assolutamente circolare e che agli exchange esteri è vietato categoricamente di fornire servizi agli investitori con sede in Cina. È stato inoltre impedito alle istituzioni finanziarie, alle società di pagamento e alle società digitali di Internet di facilitare il commercio delle criptovalute a qualsiasi livello nazionale. Il governo “reprimerà risolutamente la speculazione sulla valuta virtuale … per salvaguardare le proprietà delle persone e mantenere l'ordine economico, finanziario e sociale“, ha affermato la PBOC.

La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma della Cina ha dichiarato che lavorerà per tagliare il sostegno finanziario e la fornitura di elettricità relativa all'estrazione mineraria (mining), sulla scorta della convinzione che generi numerosi rischi ed ostacoli gli obiettivi di neutralità verso il carbon fossile.

La reazione dei mercati

Bitcoin, la più grande criptovaluta al mondo, è crollata immediatamente di oltre il 9% prima di pareggiare queste perdite poco dopo. È sceso del 6,6% a circa 42 mila dollari il giorno stesso, ed anche le monete più piccole, che in genere imitano il movimento di prezzo di Bitcoin, sono crollate alla medesima maniera.

Il governo cinese aveva già promesso a maggio di reprimere l'estrazione e il commercio di Bitcoin nel tentativo di mitigare i rischi finanziari che ne deriverebbero, senza però entrare nei dettagli, e facendo comunque crollare il Bitcoin di un corposo trenta per cento in un sol giorno. Le notizie di venerdì hanno deluso le speranze tra gli appassionati di criptovaluta che il governo non riuscisse a dar seguito a tale minaccia. “Questa è la manifestazione concreta dell'annuncio di repressione al mining ed al trading di criptovalute dichiarato a maggio“, ha affermato Ma della NYU.

La mossa cinese ha colpito non solo le criptovalute ma anche le azioni legate alla tecnologia blockchain più in generale, sebbene abbiano poi anch’esse recuperato gran parte di questi cali nel trading mattutino statunitense. I miners quotati negli Stati Uniti come Riot Blockchain (RIOT.O), Marathon Digital (MARA.O) e Bit Digital (BTBT.O) sono scivolati al ribasso tra il 2,5% e il 5%, mentre l'exchange di criptovalute di San Francisco Coinbase Global (COIN.O) è sceso di poco sotto il punto percentuale.

Prospettive da qui in avanti

Nonostante lo shock iniziale, gli analisti hanno affermato di non aspettarsi che la repressione intaccherà i prezzi globali delle criptovalute anche nel lungo termine, in quanto le aziende continueranno ad adottare prodotti e servizi legati alla crittografia. Ad ogni modo, la posizione presa dai principali exchange di criptovalute e dalle società di pagamento non è ancora esattamente chiara. Binance ad esempio, il più grande exchange del mondo, era stato bloccato in Cina già nel 2017, ha dichiarato un addetto stampa. Un portavoce di Coinbase ha invece rifiutato di commentare la notizia. La società di pagamento globale PayPal (PYPL.O) ha affermato che per quanto la riguarda ad oggi non offre alcun servizio di scambio crittografico che coinvolga utenti situati in Cina.

Gli exchange di criptovalute OKEx e Huobi, originati da imprese aventi sede proprio nella Cina continentale, ma ora basati all'estero, saranno probabilmente i più colpiti da tale novità poiché hanno ancora molti utenti cinesi che costituiscono una buona fetta del proprio mercato, hanno affermato gli analisti. I token associati ai due exchange sono infatti crollati più pesantemente, di oltre il 20%. Gli exchange in questione non hanno risposto immediatamente ad alcuna richiesta di commento della notizia.

Chi ci perde davvero?

Il governo cinese ha lottato duramente in passato per impedire agli utenti di Internet di eludere i suoi rigorosi controlli, anche se le azioni della Cina non hanno frenato troppo l'ascesa della criptovaluta negli scorsi anni, quindi non ci sarebbe da sorprendersi di vederla riprendersi ancora una volta.

L'estrazione di valuta virtuale era stata un grande business in Cina prima di maggio, in quanto il paese asiatico rappresentava ben più della metà dell'offerta mondiale di nuove criptovalute in termini di hashrate , ma i minatori non ci hanno pensato due volte di trasferirsi ora all'estero.

I perdenti in tutto questo sono chiaramente i cinesi”, ha affermato Christopher Bendiksen, capo della ricerca presso il gestore di asset digitali CoinShares. “Ora perderanno circa sei miliardi di dollari in entrate annuali provenienti dal mining, che andranno tutte verso le restanti regioni minerarie del globo“, ha aggiunto, citando tra le altre Russia e Stati Uniti.