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Il Bitcoin è davvero anonimo?

Uno degli argomenti maggiormente dibattuti in relazione al mondo dei Bitcoin e delle criptovalute è certamente l’anonimato e l’eccessivo livello di privacy che questi strumenti permettono di avere.

Ma è tutto vero? Siamo davvero certi , durante i nostri pagamenti in Bitcoin, di navigare nell’anonimato assoluto? In questo senso, è vero che la situazione è fuori controllo?

Vediamo di chiarire alcuni punti.

Bitcoin è davvero anonimo?

Fin dalla sua prima apparizione qualche anno or sono, “Bitcoin”  e “anonimo” si sono trovati spessissimo all’interno della stessa frase. Fu addirittura Satoshi Nakamoto ad aggettivare con “anonima” la propria moneta fin da quando la diffuse la prima volta, e da allora per tutti è stato comunemente ritenuto che in effetti lo fosse.

La verità è che le transazioni di Bitcoin si basano tutte sull’utilizzo di un wallet elettronico, che effettivamente non ha alcun intestatario fisico; tuttavia , dal punto strettamente tecnico, va ricordato che il sistema si basa su una rete peer to peer. Pertanto risulta relativamente semplice, con gli opportuni accorgimenti informatici , restringere il campo ad una serie di IP da cui provengono un tot di operazioni.

Inoltre, è bene ricordare che tutte le operazioni effettuate rimangono ben in evidenza all’interno della Blockchain: questo fa sì che tutte le transazioni rimarranno sempre pubbliche, consultabili (ricordiamolo, la Blockchain è presente all’interno di tutti i pc che fanno parte della rete Bitcoin) e non modificabili; ed un eventuale filo di Arianna (incrociando date, somme pagate da IP a IP) teoricamente – da parte delle autorità – si potrebbe sempre seguire.

Lo strumento blockexplorer, in questo senso, aiuta moltissimo.

Inoltre, è un po’ difficile pensare che un domani, in relazione a un prelievo dalla rete, non vi sia un passaggio per banche o per conti correnti: a quel punto il denaro deve venire abbinato a un conto corrente o ad una banca. E i soldi avranno un volto ed un nome.

E’ per questo motivo che Bitcoin, più che “sistema anonimo”,  è stato ribattezzato “sistema pseudo anonimo”. Di fatto garantisce una certa privacy, certamente superiore ad ogni moneta Fiat (e ad ogni suo strumento di pagamento e diffusione), ma non garantisce l’anonimato totale.

bitcoin privacy

I casi Monero e Zcash

Una volta chiarito che il Bitcoin non è del tutto anonimo come si potesse pensare, andiamo a vedere come nel 2016 la comunità informatica abbia avvertito il bisogno di tamponare tale “imperfezione” della principale moneta elettronica mai creata. Così, per salvaguardare una privacy evidentemente molto ambita, il deep web ha cominciato a sponsorizzare queste due valute che, all’apparenza, offrirebbero qualcosa in più in termini di riservatezza.

Monero fu la prima ad emergere evidenziando alcune variazioni rispetto al Bitcoin; parlando unicamente di privacy, infatti, pare che il protocollo di sicurezza chiamato “Cryptonote” (che Monero utilizza) sia molto più efficace rispetto a Bitcoin; oltre a questo, la Blockchain su cui si basa Monero ha delle differenze algoritmiche che la rendono anonima.

Zcash, creata da un eccellente team di crittografi americano, addirittura supera Monero in termini di sofisticatezza e riservatezza grazie ad una complessa tecnologia basata sul concetto di “zero knowledge proofs” che, detto in parole povere, rende anonimo mittente, destinatario e importo di ogni transazione.

Subito ovviamente le istituzioni si sono preoccupate per queste monete, perché chiaramente si presta dal punto di vista teorico ad un largo uso in ambienti illegali.

Eppure, il problema della privacy resta molto sentito, per cui l’interrogativo resta: meglio una criptovaluta completamente anonima e irrintracciabile oppure è preferibile una pseudo anonima?

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