Su Tesla è possibile minare Bitcoin

Il binomio Tesla-criptovalute è cosa ormai nota e non risulta quindi una sorpresa. La passione del celebre CEO di Tesla Elon Musk non è certo una novità, infatti: i suoi tweet sull’argomento sono una costante, così come le esternazioni positive nei confronti della criptomoneta Dogecoin, con cui tra l’altro accetterà anche pagamenti.

Partendo da questi presupposti non stupisce più di tanto, quindi, che qualcuno abbia pensato di sfruttare fisicamente la propria auto Tesla per minare monete elettroniche cercando di ottenere del profitto.

Trasformare la propria Tesla in macchina per estrarre Bitcoin ed Ether

L’idea di rendere il proprio mezzo un utile strumento di mining è venuta a Siraj Raval, un giovane ingegnere e noto Youtuber statunitense che, dopo diverse valutazioni, è giunto alla conclusione che estrarre cripto monete utilizzando la propria Tesla Model 3 del 2018 non fosse solo possibile, ma anche redditizio.

Per realizzare il proprio obiettivo sono state necessarie diverse prove, sperimentando tecniche e asset diversi. Inizialmente la tecnica usata è stata quella di sfruttare il proprio portatile: Raval ha quindi scaricato e installato nel proprio Apple Mac Mini M1 un software gratuito che gli consentisse di estrarre la cripto Ethereum; ha quindi collegato il portatile al sistema centrale della vettura con un inverter attaccato alla presa della macchina, inserendo anche una scheda grafica nel frunk (ossia il piccolo bagaglio anteriore dell’auto). Tutto il processo viene, dunque, alimentato dalla batteria centrale dell’automobile.

Successivamente, lo Youtuber ha deciso di cambiare approccio, trovandone uno più remunerativo e funzionale, a suo dire: la soluzione starebbe nell’hackeraggio del computer interno della Tesla collegandovi un cluster di cinque GPU da posizionare sempre nel frunk. In questo modo il computer interno si occuperà di mantenere in esecuzione il software necessario al mining delle cripto, delegandone i calcoli necessari alle unità di elaborazione grafica.

In questo modo Raval afferma di riuscire a ricavare fino a 800 dollari al mese di puro profitto. Viene subito da chiedersi come sia possibile, dato che per effettuare operazioni di questo tipo l’auto dovrebbe essere sempre in funzione, richiedendo una quantità sproporzionata di ricariche e quindi di energia elettrica, e si sa, l’elettricità costa. Infatti, ciò che scoraggia i più ad intraprendere operazioni di mining sta proprio nella quantità di energia elettrica richiesta.

C’è però un trucco in questo caso, se così si può chiamarlo: essendo stato uno dei primi acquirenti della Model 3, Raval ha diritto all’accesso gratuito ai Supercharger. Questo significa che, di fatto, dispone dell’uso di una quantità illimitata di energia elettrica a costo zero: il processo di estrazione non richiede quindi nessun esborso economico da parte sua, generando solo puro profitto.

Non è tutto oro quello che viene minato

Raval non è certo il primo a tentare: Chris Allessi, un altro Youtuber e rivenditore di automobili, aveva già tentato di rendere la propria Tesla uno strumento di mining performante. Dopo diversi approcci, e pur constatando la reale efficacia del progetto, ha rinunciato all’idea affermando che il gioco non vale la candela perché, pur avendo accesso a corrente pressoché gratuita e senza limiti, la batteria dell’auto ne avrebbe risentito e inoltre le operazioni di modifica al pc centrale sarebbero andate ad invalidare anche la garanzia della macchina. E si sa, il costo della batteria di una Tesla è tutt’altro che conveniente.

Raval resta invece un fermo sostenitore del suo progetto, tanto da pensare addirittura ad un potenziamento dello stesso, puntando sui robotaxi: quando diventeranno realtà, il problema dello sfruttamento della batteria potrebbe essere ridotto, dato che l’auto sarebbe effettivamente in funzione e in movimento, senza richiedere ulteriore sforzo. Un’idea certamente ambiziosa e accattivante, ma che al momento resta pur sempre difficilmente realizzabile nel medio periodo.

Qualche dubbio sull’effettiva valenza economia del progetto resta dunque ai più, a partire dall’hacker stesso di Tesla, Thomas Sohmers, che sostiene fermamente l’impossibilità di generare alti profitti con questo metodo: secondo lui, al netto delle spese, il guadagno sarebbe per ora limitato.